Mattia Battistini

Ravenna 1968

pittore

 

 

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Scritti su MB

Non è affatto semplice “scrivere” del lavoro di un pittore, soprattutto per chi non è un critico, né un “intenditore”, ma un qualunque osservatore profano. Senza la retorica caratteristica della critica (di cui questo scritto è privo non per virtù ma per carenza) è necessario cercare altre vie, un dire altro, che non passi per citazioni e paragoni, arrischiandosi nel territorio minato delle emozioni e delle percezioni…
Dalla mia, ho una conoscenza profonda e prolungata dell’artista e del suo lavoro e, in un tempo dagli scritti rapidi spesso basati su poche fotografie, non è poco.
Mi piacerebbe dunque mostrare il retroterra del lavoro di Mattia, tutte le curiosità, i gesti, anche piccoli, che lo accompagnano quotidianamente e che si materializzano nei suoi quadri. Insomma svelare, per quel che mi è concesso (del resto Mattia è del tutto restio ad ogni atto censorio), il farsi del suo lavoro e chi ha avuto la fortuna di seguire le fasi progettuali di uno spettacolo teatrale sa bene quanto ricche e importanti siano, pur nella loro distanza e differenza, per apprezzare l’opera finale.
Mattia Battistini è un giovane pittore ravennate (classe 1968) che, a mio modo di vedere, ancora rispecchia l’immagine romantica dell’artista, di colui che si nutre della sua arte, che basa l’intero suo quotidiano sul lavoro il quale, dunque, è profondamente influenzato da ritmi emotivi o più semplicemente fisiologici… La giornata è organizzata secondo un ordine e dei rituali che, per quanto elastici, sono di fondamentale importanza: un mancato appuntamento con il w.c., così come un appuntamento fuori programma, una telefonata inattesa o un invito a cena… possono modificare, o addirittura interrompere, tutto il corso del suo lavoro, che per il resto corre inarrestabile per ore e ore.
Lo so, si dirà: le solite manie da artista… e chissà, forse è vero. Ma quel che ho imparato vivendogli accanto tanti anni, è quanto tali “manie” siano spontanee e sincere, quanto quel famoso demone che si presuppone accompagni i creativi, se disturbato, possa creare gravi danni, crisi di sofferta inattività… Non si tratta solo della consueta orsaggine degli artisti, né di creare quelle mitiche condizioni di solitudine e tranquillità a cui chiunque svolga un certo tipo di lavoro aspira. Si tratta piuttosto di una necessità, di un’urgenza del gesto creativo che non può venire a compromessi, che esige tempo e spazio, materia e colori… che riempie e non si arresta.
Credo che un occhio attento possa ritrovare questo carattere esigente e testardo nel lavoro di Mattia che si esplica in una ricerca mai interrotta, in una sperimentazione mai forzata e in un’attenzione alla storia e all’attualità che inevitabilmente entra nelle sue opere. E’ un “sentire” quello Mattia trasferisce nei suoi quadri, un sentire differente direbbe Mario Perniola, perchè quando si tratta di dare forma ed espressione a delle realtà (siano esse visibili o meno), quando il gesto artistico non imita ma rende visibile, ciò che si trasferisce dal territorio (emotivo o concreto) alla mappa (l’opera) è precisamente la differenza.
Mattia è un uomo molto invidiato perchè non solo nel conoscerlo si dice: “è fortunato, fa un lavoro che gli piace”, ma salta immediatamente agli occhi il fatto che non poteva fare altro, qualsiasi sia il prezzo da pagare.
Nel panorama di scritti su pittori e artisti, personalmente ho sempre apprezzato di più quelli nati dalla mano di un poeta, di uno scrittore o dell’artista stesso. Non essendo io una letterata ho chiesto a Mattia un contributo per questo mio scritto, conoscendo la sua abitudine, sporadica ma continua, di scrivere pensieri e riflessioni sul suo lavoro. L’intenzione era quella di “dialogare” con lui, di cedergli la parola per precisare intenzioni e pensieri. Ma quando, con mia grossa sorpresa, Mattia mi ha effettivamente consegnato il suo scritto, non ho potuto far altro, a parte una scolastica correzione grammaticale, che riproporlo integralmente. Gli cedo dunque la parola.

Raffaella Cassano

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Parlare del mio lavoro è sempre stato fonte di crisi, in quanto con la scrittura si cerca di razionalizzare momenti e gestualità della pittura, che non hanno nulla di certo. Comunque, pensare al proprio lavoro, metterlo nero su bianco, soprattutto per una persona istintiva e poco riflessiva come me, può tornare utile proprio perchè mi mette in crisi e dalle crisi se ne sce, se se ne esce, con una forza maggiore e rinnovata.
Non ho mai inseguito un’idea di pittura in particolare, mi sforzo sempre di cercare e trovare la pittura che in un determinato momento mi sia vicina, quella che mi fa parlare il più spontaneamente possibile. Così facendo, e senza perseguire uno stile, il mio percorso può risultare incoerente, con salti da una cosa all’altra (di tecniche, di soggetti, di materiali…) L’incoerenza è il mio essere, incoerenza è anche un modo, mai certo, per non sottostare a regole e leggi di mercato che sempre, quando sono ferree, uccidono l’artista e la sua espressione. E’ vero del resto che il “mercato” è in grado di inglobare qualsiasi esperienza, ma diciamo che l’”incoerenza” può creargli qualche difficoltà in più.
Ma torniamo al lavoro. Ci sono cose che non mi interessano della pittura: la pulizia, la durevolezza, il concettualismo, l’intimismo forzato, o troppo palese, l’intellettualismo… Capiamoci, tutto ciò non è per me fonte di problemi né oggetto di pensieri quando dipingo. Tutto nasce da un’ira, da un momento perplesso, da una gioia, da tanti momenti diversi della mia vita: mi parrebbe allucinante se il risultato di tali diversità fosse più o meno sempre lo stesso.
A volte, lavorando in studio, posso arrivare ad un tale stadio di isolamento da non avere più rapporti con persone e, spesso, avverto la necessità di andare a pitturare all’aperto, in mezzo alla gente, e i lavori che ne escono sono ancora diversi. Sono stato in mezzo ai mercati a Roma, a fare ritratti a ragazzi tossici in un luogo dove si spaccia eroina a Ravenna, in osterie di vecchi alcolizzati, al porto a fare navi, al mare ecc. La pittura all’aperto mi è utile perchè è necessario sintetizzare al massimo il proprio lavoro, a partire dal materiale che è necessariamente più ridotto, così come il tempo a disposizione e poi, nel caso sia a contatto con persone, c’è la reazione immediata, la ricerca di somiglianza, l’entusiasmo o la delusione…
Il mio punto di partenza, in studio come all’aperto, è sempre il materiale: una volta individuato e assemblato, creato dunque il supporto, parte la pittura e dunque la ricerca del soggetto che, mai cercato a priori, si traccia magicamente da solo e, spesso, cambia da quello con cui sono partito. In effetti, pur essendo estremamente tenace e testardo, so bene quanto il volere dipingere a tutti i costi una cosa distrugga la mia pittura o, più semplicemente, non le appartenga.
Per quel che riguarda i soggetti, direi che, per quanto infiniti, nel corso degli anni mi sono accorto che ci sono alcune tematiche più ricorrenti: primi fra tutti gli animali, in particolare i gatti; le navi sono un altro amore, forse quello più antico; la guerra, mai troppo angosciosa non avendola mai vissuta ( tedeschi, sovietici, americani, arabi e israeliani; greci e troiani; carabinieri; prussiani, inglesi e francesi; serbi e UCK) con chiari, in alcuni casi, riferimenti di appartenenza politica (“rossa”). Ed ancora nudi, ritratti, atleti, nature morte, paesaggi…
Comunque, il soggetto rimane secondario rispetto al tentativo di cercare una pittura sempre in mutamento, di spostare sempre qualcosa, di renderla in movimento, insomma di non dare un’immagine ben definita, di disturbare, oltre che emotivamente, anche visivamente. Certo è che non sempre ci riesco. Ci sono momenti di crisi che mi fanno lavorare a vuoto per poi d’un tratto farmi ritrovare in un’altra direzione.
Tengo a sottolineare che tutto ciò appartiene a me, alla mia esperienza e rispetto altri punti di vista anche se opposti al mio. La pittura mi interessa quando mi coinvolge. Non sono attaccato a niente. O mi dà o non mi dà.
M .B.

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Per Mattia Battistini e i suoi gatti.

Vivo di notte,
e benchè troppo assorto in me
e troppo chiuso nel mio mondo,
sento, nei deserti vicoli e
lungo le scrostate mura,
il richiamo odoroso dei gatti.

Sono sfigurato e malconcio,
in questi giorni, e i tuoi gatti,
fermi in un’ora fuori dal tempo,
con ombre serrate nei corpi corrosi,
con occhi che dicono
che non son sempre stati soli,
sono appiglio a sopire i demoni segreti
e a respirare ancora; oltre la ferocia.

Ma i tuoi gatti, come il mio amore,
camminano lontano. Non si avvicinano
ai terrazzi, tantomeno in questo tempo
di primavera incipiente. Stanno
dall’altra parte della città,
dove le luci al neon,
sono accese tutta la notte.

I pensieri del mio amore,
come quelli dei tuoi gatti,
non sono affatto per me.
Poco di me so,
immaginare se conosco gli altri,
ma i gatti e il mio amore,
loro amano solo gli echi.

Antonio Veneziani

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NOMADE, MARGINALE E CONTAMINATORE

Mattia Battistini ha girovagato per la storia recente dell’arte come molti altri della sua età, ha rivisitato la pop americana e italiana, ha guardato ai costruttivisti russi, forse anche al Carrà primitivista, sta guardando ora agli espressionisti e in particolare a Kirchner: per questo si è detto che è un nomade. Sta utilizzando dunque i loro materiali, pietre e calcine ma anche edifici e ponti. A volte ha predilezione per la forma e in questo caso usa colori dai toni bassi e tende a sporcarli dichiarando così il suo animo portato al tragico e la sua coscienza infelice. A volte predilige il colore che travalica il disegno: anche in questo espressionista. Usa a volte tele libere non squadrate, forse stracci, cercando nell’asimetria la sua misura (il suo fuori-misura), a volte utilizza materiali non pittorici come frammenti di specchio forse per sfidare la fortuna. A volte usa il collage e non solo per delineare figure ma anche per il gusto della materia. Come scrive Raffaella Cassano “l’urgenza è la contaminazione”, si potrebbe dire la divina contaminazione se fossimo in epoca decadente. Mentre invece, ora e qui, non c’è proprio più niente da sublimare. Mattia potrebbe essere considerato “una sorta di scuoiatore d’anime”, un arcaico fabbricatore di maschere totemiche dove solamente gli occhi esprimono lo stupore straniante: si vedano le “barbare” xilografie realizzate di getto. Altre volte, improvvisamente compare l’ironia, in quadri grandi erompenti primitivismo e (presunta) ingenuità. Credo che Mattia faccia bene a utilizzare i materiali delle avanguardie ma è suo merito quello di non aggrapparsi a uno stile (che spesso diventa una griffe di riconoscimento) e soprattutto a spargere in giro gocce di poesia.

Giulio Guberti

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Viaggio in giardino

Introduzione
Matt è “vulvatico” ed ha un grande cuore, per questo apre il suo giardino/vulva agli amici e se è vero che loro possono entrare in un recesso di solito gelosamente custodito, è anche vero che così lui li può spruzzare del suo vero liquido riproduttivo, inghiottirli nei suoi colori, perderli tra le sue grandi labbra e rimandarli al mondo storditi.

Casistica
Il rapporto di Matt con noi visitatori è di fin troppa cortese attenzione, come quando ti riceve nel suo antro/studio/cantina: sei in balìa delle sue forze poichè l’opera non si stacca mai completamente da lui. Se ne porti a casa una te ne rendi conto. Innervata e tesa, l’opera respira, suda, raggela con suoi ritmi e suoi tempi. Potrebbe essere il capofila dei pittori organici: una sorta di squoiatori d’anime che ricoprono con terre colorate e pigmenti d’ogni sorta dissezioni, putredini e quant’altro male può capitarci.

Conclusione
Non è più il giardino delle inquietudini quello dove stiamo transitando bensì quello della rimozione di tutto e di tutti; resta soltanto il ghigno del piacere di viversi e l’arte non è ancella di alcunchè: è maschera. Tragica o buffa svolge qui una precisa missione: mascherare l’impresentabile mondo in cui viviamo. Né grida di rivolta, né sonno della ragione: lucido disegno di sopravvivenza al massimo dei giri possibili. Non fuga, non oppio, non urla. Liquidi. Liquidi e terra. Argilla bagnata sulle parti doloranti. Terra colorata per la maschera che copre il buco della lobotomia generalizzata. Si può chiedere di più?

Walter Pretolani

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Figure e conquiste

Le immagini di Mattia provengono dal nostro inconscio e rivelano un immaginario pieno di sfaccettature, che ha la sua origine nella nostra memoria.
Sono forse illustrazioni di fiabe, evocazioni di paesaggi onirici che prendono a prestito dalla memoria dello spettatore occidentale gli aspetti pittoreschi e seducenti del mondo orientale.
La disposizione degli spazi e delle matiere rivela poco a poco questa passione per delle storie e delle figure epiche, come quelle che popolavano la nostra infanzia , e che restano sospese in situazioni mutevoli.
Negli ultimi tempi, poichè l’attualità internazionale vi si presta, con l’aggiornamento del conflitto est-ovest, il suo interesse per i campi di battaglia e le figure di eroi ( tali, forse, malgrado se stessi) che le popolano, si è trasposto nel mondo orientale, dove quadro dopo quadro, Mattia dipinge gli attori di queste storie.
Il suo lavoro prende dalle miniature orientali l’uso di gamme cangianti.
Le sue costruzioni, elaborate in uno spirito ludico, rivelano una gistapposizione di forme, di trame e di colori che richiamano il costruttivismo russo, il quale riconosceva e traeva ispirazione dall’immaginario popolare.
Questo rende la lettura e lo spessore dell’opera insondabili. E’ così che essa conserva il suo fascino, e quella parte di mistero propria agli universi orientali ? Uno spessore come quello della superficie terrestre, terreno e posta in gioco di tutte le battaglie, in cui si sovrappongono gli strati storici.
I quadri, fabbricati e composti in maniera artigianale, sono spesso costituiti di elementi di recupero, incollati e disposti in strutture e trame evanescenti che, a volte, formano la cornice del movimento. L’uso anteriore del materiale, la sua storia, è solo percepito, ma resterà ignoto per la maggior parte di noi, in quanto trasformato e riadattato per un nuovo disegno.
Ogni quadro ha un potere di suggestione unico che suscita l’interesse e la curiosità dell’osservatore. In effetti, è l’elemento scatenante dell’attivita immaginativa che trasporterà in altri spazi.
Talvolta la disposizione delle figure e degli elementi in trittici non rinvia unicamente alle opere dell’arte sacra . E’ anche un dispositivo di messa in scena che provoca un’interazione delle componenti per permettere il passaggio a nuove dimensioni spaziali e mentali, fra cui, non ultime, le narrazioni e l’epoea individuali e collettive.

Serge Serof

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Une bête chose

In Belgio, c’è un’espressione alla quale sono particolarmente affezionata. “Una cosa sciocca”. Una carta sciocca, un abito sciocco… Ciò non vuol dire che la cosa in questione sia stupida, ma che è semplice e modesta.
Non so parlare di pittura. Non possiedo né il bagaglio, né i termini tecnici propri alla critica d’arte. Non evocherò dunque la fattura, la linea di fuga, né la prospettiva che compongono i quadri di Mattia, ma piuttosto ciò che mi tocca quando li vedo. Quando guardo un suo quadro, una sua scultura, un suo collage, mi emoziono per tutto quello che c’è dietro. Per il modo che ha di riconciliarsi con il mondo, riappropriandosene con umiltà. Come i bambini, che non hanno paura di niente. E’ sufficiente che dicano “ sono un dottore” perché diventino dei medici. E’ sufficiente che Mattia si dedichi ai miti della nostra infanzia: il circo, i soldati, le navi, le macchine, i cavalieri, perché questi rivivino in inezie sublimi, precarie e poetiche. Confesso amare la fragilità che incombe su di loro, la loro apparente modestia. Avendo portato fisicamente alcune delle sue sculture, so che si rischia spesso di sporcarsi la punta delle dita con tracce di colore. Non è indole a fissare. Non per pigrizia, ma piuttosto per gusto del deperibile che lascia un’impronta reale e modesta. Qualcosa di percettibile dal più comune dei mortali. In un mondo sempre più igienista, Mattia non è molto pulito. Fa macchia. Ha l’audacia di coloro che non hanno niente da perdere, niente da provare e che sono tutto tranne degli intellettuali. Non è un teorico, non si rifugia dietro l’astrazione la più fredda (sino ad oggi ho visto nel suo lavoro solo forme figurative). Lo sguardo che porta sulla storia è candido e benevolo. Si appropria degli stereotipi e delle evidenze per rilavorarli con semplicità, conferendogli così un valore universale e allo stesso tempo singolarmente intimo. Nel suo immaginario, scopriremo anche il suo attaccamento ai dettagli. Le sue macchine in cartone hanno delle targhe d’immatricolazione, delle sirene che – assurdamente – funzionano, le lance dei pompieri inviano acqua e i suoi cavalieri si battono su dei trittici. Si può forse rimproverargli la sua abbondanza. La sua assenza di spazi vuoti è l’espressione del suo proprio caos in un mondo contemporaneo che ne ha paura.

Per parlare della sua pittura si deve parlare di lui e delle sue qualità umane, della sua fragilità che fa la sua forza.

http://www.myspace.com/battistinimattia

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